Da Roma a Dacca, un Bangla tour per Kartik

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Da Roma a Dacca, un Bangla tour per Kartik
Alcuni componenti della famiglia di Kartik Chondro davanti casa, a Chhaysuti in Bangladesh: da sinistra la moglie Happy, la madre Usha Rani e il fratello Palash posano col il suo ritratto (Gabriel Berretta) 

Due mesi fa a Roma un lavapiatti è stato vittima di un raid razzista. Siamo andati in Bangladesh, a trovare la sua famiglia. A cui ha detto che si è trattato solo di un incidente. Video

di Eleonora Vio

CHHAYSUTI (BANGLADESH). Il temporale si è calmato ma il pavimento di terra e fango è ancora fradicio. Senza svegliare la suocera che dorme profondamente al suo fianco, Happy esce dal capanno, attraversa di corsa la corte melmosa e si rifugia nella traballante baracca che usa come cucina. Intanto l’azan, il richiamo del muezzin, dalla vicina moschea rimbomba fin sulle pareti di lamiera e ricorda anche al resto della famiglia che è arrivata l’ora di alzarsi. «Prima di sposarmi andavo a scuola e passavo il tempo in giro con le amiche» ci racconta Happy, 19 anni, mentre il volto le si illumina a scatti quando le cipolle saltano sull’olio bollente.

«Adesso ho altre responsabilità. Dalle 4 di mattina quando mi sveglio alle 7 di sera quando vado a letto, cucino, pulisco, sbrigo tutte le faccende di casa». Happy è stata data in sposa a Kartik, un lontano parente, il 25 novembre dell’anno scorso. «Mi è stato detto fin da subito che il mio futuro marito abitava in Italia. Se per i miei genitori non era un problema, andava bene anche per me» dice con la sua faccia ancora da bambina. «Dopo il matrimonio io e Kartik abbiamo cominciato a fantasticare di quando, estinti i debiti, tra 10 o 15 anni sarei andata anch’io a Roma, e lui mi avrebbe portato in giro per quella città meravigliosa».

Kartik è Kartik Chondro, il ventisettenne bangladese picchiato a sangue il 29 ottobre da un gruppo di ragazzi di Roma, città in cui già nel 2013 la Procura della Repubblica aveva aperto un’indagine sui “Bangla tour”, i pestaggi razzisti organizzati da gruppi neofascisti contro innocenti bangladesi. Quella notte Kartik aveva appena finito il suo turno da lavapiatti, quando dei ragazzi gli si erano avvicinati dandogli dello «sporco negro». Aveva impiegato un istante di troppo prima di capire che il «negro» era lui. Quando gli fu chiaro era già disteso a terra in una pozza di sangue.

A Chhaysuti, il suo villaggio, in Bangladesh, era mattina inoltrata e la madre aspettava una sua telefonata. Non sentendolo, aveva contattato un suo amico da cui aveva appreso che Kartik era stato ricoverato d’urgenza in ospedale per problemi respiratori. Mentre Usha Rani supplicava l’amico del figlio di farle ascoltare la sua voce, lui, Kartik, avvolto nelle bende e stremato dai dolori, dal letto del San Camillo di Roma lo intimava di continuare la farsa. Solo dopo una settimana madre e figlio riuscirono a parlarsi, mentre nel villaggio si era già diffusa un’altra voce ancora. Che Kartik fosse stato investito da un’auto. «La prima cosa che ho pensato io quando ho saputo dell’incidente» ci confida Happy mentre continua a cucinare «è stata: se Kartik muore, che ne sarà di me?».

Il Bangladesh è un inferno da cui fuggire. È grande metà dell’Italia ma ha una popolazione che è tre volte tanto. Straborda di gente. E infatti subito dopo i nigeriani quest’anno sono stati i bangladesi il gruppo più numeroso sbarcato sulle coste italiane, 8.700 persone che si sono aggiunte ai 140 mila connazionali già presenti. Per i giovani poveri come Kartik costruirsi un futuro qui è impensabile, anche se il governo si ostina a promuovere l’immagine di una nuova tigre asiatica pronta a fare il miracolo. Dacca, la capitale, è una gigantesca massa informe di palazzi tirati su a caso. Anche quando la stagione delle piogge è passata, una coltre di nubi li avvolge come a soffocarli. L’aria è irrespirabile, e ovunque c’è chi urla o suona il clacson. La mancanza di servizi è pressoché totale. La popolazione è poverissima e immersa in un disagio con pochi eguali al mondo. Il lavoro non manca, ma solo per chi voglia rischiare la pelle per 20 cent all’ora in una delle migliaia di fabbriche fatiscenti. E la situazione nelle campagne non è affatto migliore.

La famiglia di Kartik vive a 100 chilometri a nord-est di Dacca. L’autobus su cui viaggiamo per raggiungere Chhaysuti si lascia alle spalle la capitale percorrendo una strada trafficata fino all’inverosimile e con delle enormi buche che si aprono gradualmente sulle risaie in una soffocante e perenne puzza di plastica. I terreni coltivabili confinano con pile giganti di spazzatura in fiamme, i cartoni galleggiano tra i mendicanti avvolti nel nylon e i magri raccolti. Le pozze d’acqua assomigliano a delle grandi latrine e gran parte dei pozzi da cui la gente si abbevera da almeno vent’anni sono contaminati di arsenico.

Arriviamo a Chhaysuti all’imbrunire, dopo otto ore di viaggio. Palash, il fratello di Kartik, insiste per caricarsi le valigie sulle spalle, poi ci fa strada attraversando un sentiero fangoso che s’insinua tra le case-baracche. È impossibile non notare lo sforzo che deve aver fatto per mettersi in ghingheri e accogliere i giornalisti italiani, ufficialmente venuti fin quaggiù per raccontare i bangladesi che partono per l’Italia. I suoi capelli sono folti e spumosi, la camicia inamidata e i pantaloni così puliti e ben stirati da sembrare appena comprati. «Il piano era che raggiungessi mio fratello a Roma e lo aiutassi con il lavoro» ci racconta Palash, «ma purtroppo, per un problema con i permessi e con i confini, non è stato più possibile». Aggiunge, senza vergognarsene: «Sto in casa tutto il giorno senza far nulla. Penso solo a venire in Italia».

A Chhaysuti, vivono un centinaio di famiglie. Fino a cinquant’anni fa erano quasi tutte induiste, ma pian piano i musulmani hanno preso il sopravvento costringendole a fuggire in India. Oggi di famiglie induiste ne sono rimaste poche, e spesso sono sotto attacco come riportano i giornali locali durante la nostra permanenza. Quella di Kartik è una di queste. «Sì, tra le nostre tante sfortune c’è anche quella di essere indù» ci aveva detto quando siamo andati a trovarlo in ospedale a Roma prima di partire per il Bangladesh.

Lì in casa ci aspetta sua madre Usha Rani. Non trattiene le lacrime. Da bambina, durante la guerra, era fuggita anche lei con i genitori in India. Poi, anche  se casa loro era stata data alle fiamme, era tornata al villaggio. A quindici anni fu data in sposa al padre di Kartik, falegname e figlio di contadini. All’inizio la terra dava loro cibo a sufficienza e la famiglia godeva di un certo benessere. Ma nel corso degli anni i campi sono stati venduti per saldare i debiti e maritare le figlie. Intanto, la famiglia si andava allargando – complice anche il secondo matrimonio del marito – e la vendita dei mobili costruiti dal capofamiglia fruttava poco o niente. «Non abbiamo avuto altra scelta se non tenere Kartik a casa da scuola e metterlo ad aiutare il padre» racconta la donna. Così, a soli sei anni, Kartik passava le sue giornate a tagliare e assemblare la legna. Il resto della storia ce la racconta lui stesso, quando, di ritorno dal nostro viaggio, torniamo a trovarlo. A oltre un mese dal pestaggio è ancora in ospedale. «Ero ancora piccolo, un giorno mi ricordo che stavo nella bottega di mio padre quando ho sentito un tonfo. Mi sono voltato e lui se stava lì, a terra, rigido. Mi guardava fisso con le lacrime che gli rigavano il volto e sono certo che stesse provando a dirmi qualcosa. Col tempo mi sono convinto che mi stesse chiedendo di prendermi cura di mia mamma e dei miei fratelli».

Presto, vedendo che altri giovani bangladesi partiti per l’estero avevano trovato un lavoro e mandavano i soldi a casa (le rimesse costituiscono una delle principali fonti di sostentamento per le famiglie rurali in Bangladesh), ha cominciato a progettare la fuga. «Come negli altri villaggi, anche nel nostro si aggiravano degli agenti, o trafficanti come li chiamate voi. Mi sono rivolto a uno di loro. Gli ho dato 10 mila euro ottenuti con un prestito perché mi portasse a Dubai. Dopo un anno non aveva combinato nulla e mi sono fatto ridare metà dei soldi, il resto se l’è tenuto. Subito dopo ho provato ad andare in Arabia Saudita ma, passati altri sei mesi, ho cancellato l’accordo». È in quel momento che al villaggio si è materializzato Babul Aktar, un amico del padre che viveva in Italia e, in nome del forte legame con la famiglia, decise di aiutarlo. In poco tempo Kartik ottiene il visto stagionale per l’Italia e, grazie ai risparmi messi da parte dalla madre come sarta e all’ultimo fazzoletto di terra venduto, compra il biglietto aereo e parte. Dal 2012 al 2014, a Roma, Kartik si barcamena malamente, fa il lavamacchine o il benzinaio.

Quei pochi euro che guadagna li manda a casa. Ma sono sempre troppo pochi: nel frattempo la madre smette di lavorare perché ha perso la vista, i fratelli smettono di andare a scuola perché costa troppo e il debito accumulato per la dote della sorella minore è diventato un macigno che pesa su tutta la famiglia. Durante una passeggiata notturna in solitaria per il centro di Roma, Kartik viene salvato dall’egiziano Mossad, «il mio nuovo Baba», come lo chiama lui. Gli trova prima un lavoro in un ristorante, poi lo aiuta a ottenere il permesso di soggiorno. Da quel momento Kartik manda i soldi a casa quasi ogni mese e, per quanto in nove con uno stipendio la famiglia faccia comunque molta fatica, le cose iniziano ad andare un po’ meglio. Poi arriva però quel maledetto 29 ottobre, il pestaggio. O “l’incidente”.

Oggi Kartik fatica ancora a dormire e a mangiare, ha paura di «non tornare a essere più quello di prima». Perché non dire alla famiglia che è stato picchiato da un gruppo di razzisti? «Ho otto persone che dipendono da me, non posso dire la verità» risponde. Non smette di ripetere quanto gli manca la sua famiglia, e cosa non farebbe per averli tutti con sé. Allo stessto tempo, pensando alla sua vita precedente, dice con la stessa determinazione: «Non ho nessun ricordo felice. A casa mia c’era l’ossessione dei soldi, lavoravo notte e giorno. Felicità è una parola che non conosco. Non ho mai pensato di tornare in Bangladesh, non c’è niente da fare per me laggiù». In ospedale gli mostriamo le foto scattate a Chaaysuti. E mentre sul computer scorrono le immagini del villaggio ricoperto d’immondizia

e fango, del fratello Palash vestito a festa, della moglie affaccendata in cucina fin dalle prime luci dell’alba, della madre che ci mostra i mobili mai venduti e intarsiati dal defunto marito, ci è facile capire il perché.

(pubblicato su Il Venerdì di Repubblica il 22 dicembre 2017)

Eleonora Vio

Eleonora Vio

It might sound naive, but my decision to pursue the ill-advised profession of freelance journalist stemmed from my insatiable curiosity and keenness for adventure. Perhaps it was linked to a Master degree in London, time spent in Iran, various internships around the world or the scholarship I was awarded by Qatar University. But if I hadn’t followed my natural inclinations since I was child, if I hadn’t decided to disregard the obvious and embrace the diverse, I would not have pushed it so far, I love writing and photography, but cannot live without piles of books and rock music pumped in my ears. I’ve lived in India, Qatar, Palestine and Egypt. With the launch of Nawart Press, I am as thrilled as I was before those first trips as a backpacker.

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