Come sminare l’Iraq liberato dall’Isis

Più di 20mila civili sono morti in Iraq a causa delle mine. Reportage dal paese, dove ong e militari stanno cercando di bonificare strade e città

Da quando l’Isis era stato cacciato, ogni mattina Mohamed sfidava il cugino Kareem a chi raggiungeva per primo la scuola. Quel giorno, mentre Mohamed cercava di superare il cugino, a un clic impercettibile era seguito un boato assordante. Ore dopo, nella clinica di Emergency di Sulamaniya, Mohamed scoprì che Kareem aveva perso troppo sangue e non era sopravvissuto. Lui si era salvato e, nonostante l’ordigno gli avesse lacerato entrambe le gambe, i medici dicevano che con un paio di protesi avrebbe ripreso a camminare.

Nel 2015 l’Iraq è stato il Paese con il terzo maggior numero di migranti verso l’Europa, l’85% dei quali ha dichiarato di averlo fatto per disperazione”, riporta il Vice Capo della Missione della Delegazione dell’Ue in IraqCharles Stuart. “Da quando i primi quartieri sono stati sottratti al controllo dell’Isis, la nostra preoccupazione era che i 2,5 milioni di sfollati interni, desiderosi di tornarsene a casa, si trovassero di fronte un tale inquinamento di esplosivi sul territorio da essere costretti ad andarsene”.

Più di 20mila civili hanno perso la vita in Iraq a causa delle mine

La gravità della situazione, che per numero e complessità di mine e ordigni esplosivi è diventata un caso globale, è emersa con la liberazione di Ramadi, roccaforte sunnita e centro pulsante dell’ideologia jihadista nella Provincia di Anbar. Quando nel 2015 l’esercito iracheno supportato dalle forze della Coalizione è entrato in città, i civili erano già fuggiti, lasciando ai miliziani il tempo di disseminare indisturbati il terreno con trappole mortali per impedirne il ritorno.

Presto fu chiaro che quel tappeto di esplosivi, attivabili al minimo contatto e difficilmente distinguibili, aveva un fine politico, oltre che di dichiarato disprezzo verso quelle migliaia d’infedeli.

Nonostante le autorità locali, l’Onu e la Coalizione fossero concordi nel voler cominciare subito il processo di stabilizzazione, l’alta concentrazione di ordigni e la conseguente mancanza di acqua ed elettricità rendevano impossibile qualunque tentativo di normalizzazione. D’altro canto, “le autorità irachene non avevano la capacità e i mezzi per affrontare la complessità degli ordigni fabbricati su scala industriale dall’Isis”, spiega Stuart. “L’Isis lo sapeva, e puntava a far sì che le comunità sunnite, disprezzate a lungo dal governo, si sentissero ancora neglette e gli voltassero le spalle”.

Inoltre, molte Ong dedite allo sminamento sottovalutavano il problema, focalizzandosi ancora su aree contaminate durante i conflitti degli anni ’80 e ’90; mentre altre, che si sarebbero volute dedicare alla pulizia dei nuovi letali ordigni fabbricati dall’Isis, erano ostacolate da problemi burocratici, quali autorizzazioni, visti o trasporti.

Allo stesso tempo, tutte le risorse tecniche ed economiche servivano per ripulire i corridoi necessari alle forze armate, per procedere nell’offensiva militare contro il Califfato. “Il paradosso vuole che tutti i mezzi a disposizione siano utilizzati per risolvere il 15% del problema, ma, al contempo, più le forze militari avanzano, più noi, che gestiamo l’85% del dramma umanitario, siamo sovraccaricati di lavoro, pur disponendo sempre delle stesse risorse”, spiega Alex Van Roy, responsabile della Fondazione Svizzera per lo Sminamento (FSD) in Iraq.

Un anno fa l’ex militare australiano Mark Belford, uno degli uomini più fidati di Roy, ha perso la vita disinnescando un ordigno chiamato ied, ossia un ordigno esplosivo improvvisato. “L’effetto più evidente della mala gestione delle autorità è la perdita di tanti sminatori professionisti in soli due anni”, ha confermato il direttore del Gruppo di Sminamento Danese(DDG), Southern Craib, visibilmente irritato perché fino a oggi, per motivi burocratici, il DDG si è potuto occupare solo di corsi educativi rivolti alle comunità locali e finalizzati alla diffusione di informazioni sugli esplosivi.

L’esplosivo prodotto dall’Isis è raffinato e un solo ordigno ne contiene ben sette chili

L’educazione va bene, ma il problema vero è la contaminazione, ed è lì che bisogna investire”, afferma Craig. “Mosul ovest è stata quasi interamente distrutta, e ora, sotto le montagne di macerie rimaste, si nascondono ordigni in grado di provocare stragi inimmaginabili”. Dal 2015 l’Onu ha calcolato che più di 20mila civili hanno perso la vita in Iraq a causa delle esplosioni dovute agli ordigni, e solo il mese scorso due giornalisti francesi e un iracheno sono stati uccisi da una mina, mentre documentavano la liberazione dell’ex capitale irachena del Califfato.

Se è vero che negli ex campi di battaglia attorno a Kirkuk e Hawidja (ancora sotto il controllo dell’Isis), il numero di ordigni inesplosi, nascosti sotto il terreno come fossero mine di terra, è sbalorditivo, in altre zone non è il volume, ma piuttosto l’inusuale sofisticatezza dei dispositivi, a renderli così temibili. Quando a giugno l’artificiere Sabah Hassan, associato alla 16° Divisione delle forze armate irachene, è entrato con passo felpato in quella che fino a qualche giorno prima era stata una fabbrica di ied appartenuta all’Isis, ad attirare la sua attenzione non sono stati i forni e i pentoloni arrugginiti e neppure i due miliziani distesi a terra crivellati dai colpi di proiettili, bensì la gran quantità di alluminio sparsa ovunque.

L’esplosivo prodotto dall’Isis è raffinato, ottenuto com’è miscelando fertilizzanti, nitrato di ammonio (bandito nell’Ue e negli Usa) e benzina”, spiega Hassan, “ma a renderlo letale è la polvere di questo metallo”. Che uno ied, poi, contenga almeno sette chili di esplosivo, sei più di una mina normale, è certamente sintomatico. Come il fatto che spesso i miliziani nascondano più interruttori l’uno sotto l’altro, riuscendo così a sorprendere fatalmente anche i militari e i minatori più esperti; o abbiano la sadica propensione a trasformare ogni cosa – dal più ordinario degli elettrodomestici all’orsacchiotto e, perfino, al sacro Corano – in una bomba esplosiva.

Non mi viene in mente un altro caso in cui la qualità degli ordigni fosse tale”, dice Devin Morrow dell’organizzazione britannica Conflict Armament Research (CAR), specializzata nel rilevamento di armi su scala globale e, nel caso iracheno, nel bloccare la produzione industriale di ordigni fabbricati dall’Isis. “Potendo contare su un polo economico e una metropoli attrezzata come Mosul, l’Isis, a differenza di altre realtà simili, è riuscito a produrre autonomamente gran parte dei componenti. Così, anche quando è stato isolato del tutto dalle forze armate, la sua macchina di morte ha continuato a colpire”.

Le mine sono nascoste ovunque, anche nei peluche e nel Corano

Fino al 2016 gli attori coinvolti nelle operazioni di sminamento nelle ex aree controllate dallo Stato Islamico lavoravano in quasi totale indipendenza, isolati o reticenti di fronte all’impegno altrui, finché Charles Stuart dell’Ue ha avuto un’idea. “Si chiama soluzione mista (o blended solution) e consiste nel sincronizzare il lavoro di Ong, autorità, compagnie commerciali, Onu e investitori, nello sminamento delle infrastrutture”, spiega Stuart, “così da rimettere in moto l’economia e avere un più grande impatto”.

Decidere di ripulire una scuola, un pozzo o un ponte, invece di una casa privata, non è stata una scelta facile ma, “almeno all’inizio, si volevano evitare problemi politici tra le famiglie”, continua Stuart. “L’azione di sminamento, di solito, si quantifica nel numero di esplosivi disinnescati, ma per noi quello che conta è che i ragazzini possano tornare a studiare, e le famiglie a lavorare e avere fiducia”.

Nonostante i dissidi politici non si limitino a bisticci tra famiglie, ma abbiano spesso a che fare con confische territoriali spacciate per altro con vari espedienti (tra cui le operazioni di sminamento), in un Paese diviso come l’Iraq, dove fidarsi dei vicini e delle autorità sembra impossibile, affrontare organicamente una situazione come questa significa mettere le prime solide basi per l’avvio del processo di stabilizzazione.

Lo stesso Mohamed, che vive con il padre e i fratelli in una baracca fatiscente alla periferia di Erbil, tra qualche mese – o anno – potrà forse tornare nella sua casa di Karac, alle porte di Mosul. E chissà che un giorno non ritrovi pure il coraggio di raggiungere la sua vecchia scuola di corsa, percorrendo quegli stessi campi che hanno rischiato di portargli via la vita, oltre al cugino e alle gambe.

Eleonora Vio

Eleonora Vio

It might sound naive, but my decision to pursue the ill-advised profession of freelance journalist stemmed from my insatiable curiosity and keenness for adventure. Perhaps it was linked to a Master degree in London, time spent in Iran, various internships around the world or the scholarship I was awarded by Qatar University. But if I hadn’t followed my natural inclinations since I was child, if I hadn’t decided to disregard the obvious and embrace the diverse, I would not have pushed it so far, I love writing and photography, but cannot live without piles of books and rock music pumped in my ears. I’ve lived in India, Qatar, Palestine and Egypt. With the launch of Nawart Press, I am as thrilled as I was before those first trips as a backpacker.

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