I pescatori tunisini che danno sepoltura ai migranti senza nome – OPENMIGRATION

Chamseddine Marzoug, volontario della Mezzaluna Rossa, nel cimitero degli anonimi di Zarzis (foto: Giulia Bertoluzzi)

I pescatori tunisini che danno sepoltura ai migranti senza nome

Un bimbo di 6 anni è stato trovato a largo della Tunisia il 1 giugno, insieme ad altre quattro persone morte in un naufragio di due settimane fa.
31 maggio 2017
A Zarzis, nel sud della Tunisia, i morti della rotta libica vengono sospinti sulla spiaggia dalle correnti, o trovati a galleggiare in mare. Sono uomini, donne e bambini annegati nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Non c’è quasi giorno senza un ritrovamento. Sono pescatori e volontari a occuparsene. Spesso non c’è modo di identificarli, ma i pescatori si battono perché anche gli anonimi abbiano una degna sepoltura, a volte anche solo fra le dune di sabbia. Giulia Bertoluzzi ha trascorso un po’ di tempo con loro, e ha scritto un resoconto per Open Migration che anticipa la realizzazione di un documentario.

Non c’è quasi giorno senza un ritrovamento

Chamseddine Marzoug, becchino suo malgrado, questa settimana ha chiamato quasi tutti i giorni per annunciare una nuova sepoltura nel cimitero dei migranti anonimi di Zarzis, nel sud della Tunisia. Nonostante a ogni sepoltura si svelino l’inadeguatezza dei mezzi e un’indifferenza verso la morte, lui ha preso a cuore questo compito da più di dieci anni. Ex-pescatore, ex-tassista, ex-cooperante e tuttora volontario della Mezzaluna Rossa tunisina, Chamseddine appartiene a una rete di volontari che si è formata a Zarzis quando il numero di morti della rotta libica ha cominciato a salire.

“Oggi altre due persone… Ho dovuto aspettare cinque ore al porto”, dice, e intende prima che trasportassero i corpi all’ospedale per il referto medico. “E poi non c’era nemmeno il furgone del comune a disposizione e ho dovuto chiedere in prestito la camionetta di Mongi Slim” – il presidente di Mezzaluna Rossa nel sud della Tunisia.

Negli ultimi anni il comune di Zarzis ha messo in moto una catena piuttosto organizzata per la gestione dei corpi delle vittime del mare, spiega Valentina Zagaria, che da un paio d’anni svolge una ricerca etnografica su migrazioni e dispersi nel Mediterraneo per un dottorato in antropologia alla London School of Economics. “Se i cadaveri arrivano sulla spiaggia, intervengono i pompieri, mentre in mare se ne occupa la Garde Nationale Maritime; poi vengono trasportati all’ospedale per la dichiarazione di decesso, e se necessario, vengono inviati al procuratore a Gabes”. Il problema è il trasporto, perché “dovrebbe essere la municipalità ad occuparsene, ma l’unico mezzo di cui disponeva era un camion della spazzatura”. In seguito a diversi incontri con il Comitato Internazionale della Croce Rossa e con la Mezzaluna Rossa, la municipalità ha convenuto che un camion della spazzatura non fosse il mezzo di trasporto più adatto, “ma hanno ribadito che non disponevano di altro, quindi Mongi Slim ha messo a disposizione privatamente il suo furgoncino”. Una Kangoo Renault bianca.

Il cimitero dei senza nome

“Qui svolta dopo il kiosk a sinistra”, indica Chamseddine, “e adesso, toul toul – sempre dritto –  svolta su quel sentiero sterrato e poi continua tutto dritto … Eccoci, fermati qui”. Lo guardiamo per assicurarci di aver capito bene. “Si, è qui, è questo il cimitero”. Accanto a due piloni sommersi da un metro di immondizia, c’è un piccolo appezzamento. Piante grasse a forma di stelle rosse e verdi sfidano l’aridità della sabbia fra i detriti, la spazzatura e i sacchetti di plastica, lasciando intravedere alcuni cumuli più alti smossi di recente. “Quella era una donna, trovata solo a metà”, racconta Chamseddine, che ormai non si rende nemmeno più conto di quanto siano macabre le sue parole.

Cimitero dei migranti anonimi di Zarzis, costruito sopra una vecchia discarica; i mucchietti smossi di fresco segnano il punto delle sepolture fra le piante grasse (foto: Giulia Bertoluzzi)

Cimitero dei migranti anonimi di Zarzis, costruito sopra una vecchia discarica; i mucchietti smossi di fresco segnano il punto delle sepolture fra le piante grasse (foto: Giulia Bertoluzzi)

Dall’altra parte del cimitero si estende un campo di quegli ulivi per cui è famoso il sud della Tunisia, soprattutto Zarzis e Djerba. “Il proprietario dell’uliveto ha cominciato a protestare, non vuole che seppelliamo i morti qui”, spiega indignato Chamseddine. “Sai, tanta gente di Zarzis nemmeno sa che qui c’è un cimitero”. Indica con naturalezza i cumuli di sabbia. “Quello era un ragazzo trovato dopo tre mesi in mare”. E spiega che i morti a volte arrivano sospinti dalle onde sulle spiagge, e a volte vengono trovati dai pescatori. Finché non cala un silenzio pieno di vento che colma il nostro vuoto di parole.

Chamseddine è diventato, suo malgrado, il becchino ufficioso dei morti del Mediterraneo perché a detta sua “non tutti sono in grado di seppellire delle persone in quello stato. Di loro non resta che un pezzo di sale”. Con la Mezzaluna Rossa si è adoperato per migranti e rifugiati, lavorando nel campo profughi di Choucha fino alla sua chiusura nel 2013 e continuando ad aiutare i rifugiati e richiedenti asilo nei “foyers” di Tataouine, i centri di accoglienza. “Nel 2011, quando è scoppiata la guerra in Libia, sono arrivate migliaia di persone, e tutte le famiglie di Zarzis hanno aperto le porte di casa per ospitare chi scappava dalla guerra”. Era un periodo difficile, ma che a lui ha lasciato un ricordo vivido di solidarietà, che ora si traduce in un’amara routine.

“A volte quando vedi un cadavere, piangi. Perché pensi, questo ragazzo o questa ragazza hanno una famiglia da qualche parte che li aspetta, e invece sono sepolti qui, così”. Questa è la ragione che lo spinge a continuare ad adoperarsi per la loro sepoltura, ma ogni volta che torna al cimitero non riesce a trattenere la rabbia. “Qui puoi sentire le anime in collera”, si sfoga. “È un crimine che nel 2017 la gente sia sepolta così. Perché? È perché sono africani? Questo è razzismo!”

Mongi Slim, presidente della Mezzaluna Rossa nel governorato di Tataouine, nella sua farmacia a Zarzis (foto: Giulia Bertoluzzi)

Mongi Slim, presidente della Mezzaluna Rossa nel governorato di Tataouine, nella sua farmacia a Zarzis (foto: Giulia Bertoluzzi)

Il problema dei morti, così come quello della migrazione dalla Libia, non è nuovo. Le stime parlano di oltre 46.000 vittime e dispersi negli ultimi vent’anni. “Prima del 2011, i corpi venivano sepolti in una parte del cimitero Lazragh, chiamato cimitero di Ghuraba”, spiega Mongi Slim della Mezzaluna Rossa. In tunisino significa semplicemente “il cimitero degli sconosciuti”. Mongi Slim possiede una farmacia a El Mouensa, un quartiere di Zarzis, ma da anni presiede la Mezzaluna Rossa coordinando le risposte umanitarie, compresa la questione irrisolta del cimitero di Zarzis, che è diventata il suo chiodo fisso da quando ogni soluzione sembra sempre più impraticabile. “Qui i cimiteri sono divisi per famiglie, ed è per questo che stiamo raccogliendo i fondi per costruire un cimitero, con tombe singole numerate, per poterle ricollegare al relativo dossier della polizia; già c’è stato un miglioramento, prima queste persone venivano quasi gettate via”.

Valentina Zagaria spiega che Zarzis è diventata una città sotto il colonialismo francese: “prima erano tanti quartieri separati, e ognuno aveva il suo cimitero”. Quando sono arrivati i francesi “hanno costruito il cimitero cristiano ed ebraico accanto a quello di Lazragh – che è un cognome di famiglia – decidendo, secondo la loro visione urbanistica, che quello fosse il centro della città”. Di fatto, sono le famiglie a gestire i cimiteri. “Tutte le tombe sembrano uguali, semplicissime, con due o tre pietre, e non sempre c’è scritto qualcosa, e se non sai dove cercare è impossibile trovare la tomba”. A Ben Guerdane, città sul confine con la Libia, la situazione è diversa, “perché si tratta di una città coloniale, in cui esistono solo due cimiteri cittadini su cui quindi il comune ha più potere di organizzazione”. “Per noi è scioccante, siamo abituati a foto sulle lapidi, frasi, date, mentre qui ogni famiglia sceglie quello che preferisce”, dice Valentina. Si tratta di una conformazione urbanistica che riflette il tessuto sociale di Zarzis, ma anche il rapporto culturale con la morte che varia da una cultura all’altra.

Cimiteri e identificazioni

Tutto è cambiato quando, nel 2011, 54 siriani sono naufragati sulla spiaggia e le famiglie locali hanno cominciato a protestare contro le sepolture nei cimiteri. Vista l’entità della tragedia, il comune ha concesso un piccolo terreno, “che però non è adatto, perché è sopra una vecchia discarica e la terra è mobile e sabbiosa”, dice Mongi Slim. Sono anni che lui e la Croce Rossa cercano di ottenere un terreno adatto e recintato, con tombe numerate a cui associare i numeri di dossier. “Il vero problema è questo”, spiega Valentina. “Se non si può risalire dal dossier della polizia alla tomba è impossibile pensare al riconoscimento, perché bisognerebbe riesumare tutti i corpi presenti”.

Oltre ai mezzi tecnici, per prelevare il Dna ci sarebbe quindi bisogno di una riorganizzazione radicale del cimitero, che richiede una volontà politica. “Anche in Italia, dove non usano spesso la rilevazione del Dna, sono riusciti nei riconoscimenti delle persone di due naufragi precisi”, spiega Valentina, comparando le ricerche che ha svolto a Lampedusa – questo perché possedendo la “storia” del naufragio è possibile risalire alle persone. Ma senza la storia di un naufragio, e con singoli corpi che arrivano dopo essere rimasti in mare per mesi, oltre al fatto che la sepoltura resta difficilmente rintracciabile, le possibilità di riconoscimento sono pari a zero.

“A seconda delle correnti, i corpi arrivano o in Libia, o a Ben Gardane o a Zarzis, difficilmente altrove”, spiega Mongi Slim. Fino al 2016 e all’arrivo delle Ong europee, i pescatori di Zarzis sono stati coinvolti anche in centinaia di salvataggi, e ancora oggi soccorrono i superstiti, come è successo anche lo scorso 30 maggio. “Quando i pescatori arrivavano in porto con le persone salvate in mare, la reazione da parte della gente era molto precisa”, ricorda. “Si chiedevano, resteranno qui? Possono stare qui? Se ne andranno?, senza nascondere il loro risentimento. Ma quando sono arrivati i morti, allora c’è stata un’ondata di shock nella comunità”. Gli si strozza la voce al ricordo del primo corpo ritrovato: “era un ragazzo, portava i jeans… E ho pensato a come poteva essere stato contento di partire, a cosa si aspettava e invece… Tutti i suoi sogni sono rimasti qui con lui”.

Anis Belhaj, pescatore di Zarzis e membro dell'associazione pescatori, sulla sua barca accanto al deposito viveri (foto: Giulia Bertoluzzi)

Anis Belhaj, pescatore di Zarzis e membro dell’associazione pescatori, sulla sua barca accanto al deposito viveri (foto: Giulia Bertoluzzi)

I pescatori sono la comunità più esposta alla strage, tanto che quando sono riusciti a fondare la loro associazione in seguito alla rivoluzione tunisina del 2011, confrontarsi e addestrarsi a fare salvataggi è diventata una delle loro priorità. “Ci portiamo sempre più viveri del necessario, nel caso in cui incontrassimo un gommone”, racconta Anis Belhaj sulla sua barca, mostrando i pacchi di cous cous e i litri di latte nella dispensa. Ma a volte, i migranti succede di incontrarli morti. “Nel 2013, in una zona di pesca di due miglia quadrate, i pescatori hanno trovato oltre 400 corpi”, ricorda, mimando con gli occhi una vasta zona. “Erano ovunque, era un cimitero in mare”.

Ha uno sguardo malinconico ed è come se parlare gli costasse moltissime energie. Scherzando gli dico che è proprio un lupo di mare, e lui divertito racconta che un giornalista tunisino l’aveva definito così in un reportage ma lui non sapeva cosa volesse dire. Dopo aver studiato architettura a Tunisi ha deciso di tornare a lavorare in mare a Zarzis con suo fratello.

La condizione dei pescatori

Anis si avvicina alle finestre della sala riunione dell’Associazione dei pescatori e ci mostra le foto che ritraggono i pescatori durante i salvataggi, gli arrivi a terra, le persone salvate. Sono centinaia di foto appese tra nodi alla marinesca e salvagenti. Mentre guardiamo arriva il presidente dell’associazione, Chamseddine Bourassine. Prima del 2011, dice, “abbiamo avuto molti problemi con le autorità tunisine perché non volevano che li portassimo a bordo, dicevano che dovevamo lasciarli là, ma un uomo in mare è un uomo morto, non potevamo lasciarli”.

I salvataggi stessi sono difficili: “è pericoloso anche per noi”, continua Bourassine, “perché le persone hanno paura e a volte si gettano in acqua creando il caos”. Ma il vero problema sono le milizie libiche: “cercano di rubarci le barche, una volta hanno sparato contro un nostro marinaio”. Infatti, la maggioranza dei pescherecci di Zarzis non dispongono di radar raffinati, e capita spesso che milizie libiche o la guardia costiera li minaccino fino ad arrestarli o a rubar loro le barche, accusandoli di entrare nelle zone che la Libia ha unilateralmente definito le sue zone di pesca protetta dal 2005 (si tratta della controversia sul Golfo di Sirte che ha dato non pochi fastidi sia ai pescherecci di Mazara del Vallo che a quelli più piccoli tunisini).

Chamseddine Bourassine, presidente dell'associazione pescatori, nella loro sede dove sono appese le fotografie dei salvataggi di migranti (foto: Giulia Bertoluzzi)

Chamseddine Bourassine, presidente dell’associazione pescatori, nella loro sede dove sono appese le fotografie dei salvataggi di migranti (foto: Giulia Bertoluzzi)

Oltre a queste continue minacce, Zarzis, come tutte le periferie tunisine, sta vivendo un periodo di profonda crisi economica e sociale: “molti hanno dovuto vendere la barca perché non riuscivano più a pagare i debiti”, racconta Anis. Da diversi mesi, tutto il governorato è scosso da manifestazioni e sit-in perché la situazione non è più sopportabile. Kamel Benromdhane, mentre prepara le reti per uscire in mare, racconta che sulla sua piccola barca una volta ha fatto salire cento persone trovate in mare  – “donne, bambini… Un disastro”, ricorda. “Se vediamo un barcone li mettiamo in salvo e poi rientriamo in porto senza pescare; per noi è stato molto difficile, ma da quando ci sono le Ong al largo che li salvano ci sentiamo meno soli”. In tutto il porto, i marinai issano e tirano le reti e i galleggianti sulle tonnare e sulle sardiniere. “Quando usciamo abbiamo paura di vedere i morti”, dice Tarek Ahmed di fronte alla sua tonnara, “noi siamo pescatori, peschiamo i pesci, non i morti!”.

Nel 2015, l’associazione dei pescatori ha ricevuto un addestramento di Medici senza frontiere (Msf), e materiale come guanti e salvagenti da portare a bordo. “Ultimamente”, dice Sylvie Fagard-Sultan di Msf, “ci hanno chiesto delle radio migliori per poter comunicare tra di loro e con la guardia nazionale in caso di avvistamento di corpi in mare”. Una volta lanciato l’appello di soccorso alla guardia nazionale, i pescatori devono aspettarne l’arrivo, che a volte comporta attese di ore e ore. Molti hanno quindi smesso di dare l’avviso perché non riescono più a gestire la situazione.

All’entrata della capitaneria di porto di Zarzis c’è un’opera di Luis Gomez che veglia sull’orizzonte. Inciso su un vecchio container arrugginito, il volto di un uomo a sinistra guarda dritto verso di noi. Di un secondo uomo, a destra, si vede la nuca. E in mezzo, il profilo vuoto di chi durante questa traversata ha perso la vita.

Nella foto di copertina: Chamseddine Marzoug, volontario della Mezzaluna Rossa, nel cimitero degli anonimi di Zarzis (foto: Giulia Bertoluzzi, come tutte le foto nell’articolo)

Giulia Bertoluzzi

Giulia Bertoluzzi

I came across this profession by accident. Or perhaps it was natural, given my insatiable appetite for travelling and exploring. I’d never tried to imagine myself six months ahead, but now, looking backwards, I see that everything I did was meant to be. After taking a degree in Humanities at the University of Bologna and a Master in European Studies at the University of Brussels, I worked for several institutions. Despite my engagement in Northern Europe, the call to the Middle East returned. After completing a final dissertation on the role of the media in the Egyptian and Tunisian Revolutions, I finally left for the Middle East. First in Lebanon then in Egypt, the complex reality I was reporting changed me deeply. For two and a half years I worked as part of a team of freelance journalists, reporting from Egypt, Lebanon, Israel, the West Bank and Turkey. With Nawart I wanted to not only give myself another challenge but also propose a model of responsible journalism.

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