La vita impossibile dei gay in Egitto

“In questa immensa prigione che è il mio Paese, da omosessuale sono condannato a morire”, dice Ahmed sfinito.

Illustrazione di Stefano Adamo

UN “PRIMA” IN CUI C’ERANO FESTE UNDERGROUND D’OGNI TIPO, DOVE LA GENTE USCIVA E INFRANGEVA LE REGOLE

Prima di arrivare in ufficio, si fermava a fotografarsi col cellulare sulle vetrine dei caffè chiusi, che ancora però mostravano i segni dell’eleganza art nouveau, di quando Alessandria era gremita di intellettuali e assorbiva, mescolandole, le tante mode del Mediterraneo. I calzoncini corti e la maglietta gialla, aderente sui pettorali scolpiti, aiutavano Ahmed a esprimere quello che né i suoi parenti, né i colleghi di lavoro o gli sconosciuti, dovevano sapere. E che condivideva in segreto solo con i suoi contatti web e, la sera e il weekend, con la cricca di amici “debosciati” come lui. “I colori dell’arcobaleno, le fantasie optical e i vestiti attillati sono parte di noi gay e rappresentano la nostra voglia di libertà”, dice al telefono Ahmed. Il suo nome e quello degli altri intervistati è stato cambiato per proteggerli. “Dopo che è iniziata l’ultima serie di arresti, ho buttato via tutto e ora, se esco, vesto solo di nero”.

Chi non ha vissuto nell’Egitto della post-Rivoluzione, fa difficoltà a immaginare “un prima” in cui si succedevano feste underground di ogni tipo e dove la gente usciva e infrangeva le regole. Ahmed, che oggi se ne sta chiuso in casa e ha tagliato i rapporti con gran parte dei suoi vecchi amici, fino a tre anni fa non si perdeva neppure una delle notti brave di Alessandria e della capitale. L’Egitto moderno non è mai stato il paradiso dei diritti LGBT, ma i membri della comunità si destreggiavano tra “bugie pubbliche e verità private”, come recita un motto persiano che si adatta benissimo anche al mondo arabo. Mai fino ad oggi, infatti, le autorità si erano spinte tanto in là da scambiare la bandiera arcobaleno, simbolo di pace e diversità, per una minaccia alla sicurezza nazionale, e da indicare gli omosessuali come traditori dello stato.

L’omosessualità non è reato

L’inizio di questa caccia all’uomo risale al 22 settembre, quando la band libanese indie-pop Mashrou’ Leila, il cui frontman è dichiaratamente omosessuale e affronta spesso tematiche queer nei testi delle canzoni, si è esibita, e non per la prima volta, al Cairo. Mentre il pubblico ballava e cantava a squarciagola, alcuni ragazzi hanno cominciato a sventolare la bandiera arcobaleno e le loro foto hanno fatto il giro dei social media. “Non ricordo quante volte ho visto i Mashrou’ Leila dal vivo in Egitto e giuro che le bandiere ci sono sempre state”, dice Hazim, attivo da anni nella scena LGBT. “Per non parlare di Piazza Tahrir… ma forse oggi non ha più senso ripensare a quei momenti.”

Nell’Egitto del Presidente al-Sisi, dove le autorità, i servizi segreti e i media costituiscono un tutt’uno intricatissimo, è difficile stabilire se l’isteria omofobica generata dalle TV e dai giornali alla fine del concerto sia nata spontaneamente, o sia stata calcolata fin da principio. Fatto sta che dopo le lamentele e i commenti di certe celebrità, arrivate a supplicare il loro leader di “salvare la gioventù egiziana” dall’omosessualità dilagante, al-Sisi non poteva esimersi dall’intervenire. Dopo aver bandito la band libanese dal Paese, ha cominciato non solo a far battere a tappeto bar, ristoranti e caffè gay-friendly, ma anche a infiltrare la polizia morale nell’oscuro mondo del web, raggiungendo un livello di sofisticatezza informatica mai visto.

ANCHE AVERE UNA BANDIERA ARCOBALENO È DIVENTATO UN PROBLEMA

Dato che in Egitto l’omosessualità è sinonimo di una malattia contagiosa ma non – o non ancora perlomeno – di un reato, per arrestare gli omosessuali si usa una vecchia legge contro la prostituzione del 1961, dove a essere incriminati come reati minori sono “la dissolutezza abituale” – ovvero il sesso omosessuale ripetuto più di due volte in tre anni – e la “devianza sessuale”. Secondo la ONG Iniziativa Egiziana per i Diritti Personali (EIPR), dal 19 settembre al 15 ottobre con questi due capi d’accusa sarebbero state arrestate 70 persone, di cui almeno cinque sottoposte a test anale per verificare se avessero avuti rapporti con individui dello stesso sesso. Ventisette sono state condannate a pene che oscillano tra i sei mesi e i sei anni di prigione, sette sono state rilasciate, mentre solo i due – un ragazzo e una ragazza – coinvolti nel caso delle bandiere arcobaleno aspettano di essere processati separatamente, con l’accusa di aver minacciato la sicurezza nazionale.

“L’episodio della bandiera è un pretesto, tanto che i primi arresti sono avvenuti tre giorni prima del concerto,” spiega Dalia Abdel Hameed, capo del programma sul genere dell’EIPR. “Le autorità volevano carta bianca per arrestare chiunque e così, agli occhi della gente, hanno mescolato normali casi di immoralità omosessuale con altri di terrorismo, facendo degli LGBT, e soprattutto degli omosessuali, delle spie per conto di paesi esteri”.

Il nemico comune

Dopo pochi anni il regime di al-Sisi conta già 60000 prigionieri politici. Così non stupisce che, anche in questo caso, stia riuscendo a superare la brutalità di Mubarak, rovesciato dopo trent’anni di dominio con una Rivoluzione. A sconvolgere, però, è che buona parte della popolazione egiziana stia ora dalla sua parte e goda di questa insensata caccia all’uomo. Secondo Mohammed, un omosessuale di buona famiglia, fuggito dall’Egitto e in attesa di ricevere asilo, “la società egiziana è sempre stata conservatrice ma la Rivoluzione ha insegnato alla gente ad alzare la voce. Ora anche gli ortodossi si ribellano contro quello che considerano non solo un abominio, ma anche un’usanza occidentale che sta corrompendo la nostra morale”. Con l’inglese impeccabile di chi ha frequentato le scuole private, Mohammed non nasconde, però, che la situazione è precipitata. “Finché il regime colpiva solo i ragazzi delle classi medio-basse mi sentivo tranquillo”, dice al telefono. “Quando un giorno sono uscito dall’ufficio e due ragazzi in moto hanno cominciato a colpirmi, urlando che facevo schifo e che dovevo vergognarmi, ho deciso di andarmene.”

Ma perché le autorità hanno scelto proprio questo momento, per fare degli omosessuali la peggiore minaccia all’integrità fisica e morale del Paese? “A causa dell’economia a pezzi, delle isole vendute all’Arabia Saudita e dei terroristi islamici sempre in agguato, il regime egiziano si è attirato l’odio della gente e sente il bisogno di creare nemici immaginari, per ricostruire la popolarità perduta”, spiega Scott Long, autorità per eccellenza nel campo dei diritti LGBT ed ex leader del programma sul genere per Human Rights Watch in Medio Oriente e Nord Africa. Per tre anni, finché nel 2016 non gli è stato chiesto espressamente di andarsene, Long ha vissuto in incognito al Cairo, documentando gli abusi contro la comunità LGBT e dando loro supporto medico e legale. Prima di allora, sempre per HRW, aveva investigato il caso della Queen Boat, ovvero il celebre raid poliziesco avvenuto nel 2001 a bordo di una barca e festa gay, che ha portato all’arresto di 52 persone.

 

“Fino a quel momento gli omosessuali in Egitto avevano una vita abbastanza normale; si incontravano e facevano festa come gli altri. Poi, d’improvviso, l’apparato di sicurezza ha ricevuto l’ordine di punire chi criticava il regime e… quale modo migliore per Mubarak che prendersela contro i gay per mostrare la propria statura morale?”, spiegava Long quattro anni fa. “Per al-Sisi vale lo stesso. Da un lato, ha rovesciato i Fratelli Musulmani e ha bisogno di dimostrare che è ‘il più musulmano tra i musulmani’ e, dall’altro, deve conferire un nuovo status alle forze di polizia, la cui immagine è stata rovinata dalle violenze del 2011”. Così, 2013 e 2014 hanno spazzato via in un baleno le faticose conquiste fatte nei due anni precedenti.

Mentre Piazza Tahrir veniva blindata dai carri armati, nascevano posti di blocco ovunque e i caffè, i locali e i teatri chiudevano con le scuse più assurde. Intanto, la polizia dava la caccia agli omosessuali per strada o facendo irruzione nelle case. “L’effetto di questo stato di terrore è stato spingere la comunità LGBT underground”, aggiunge Long. “Con ormai pochi posti dove incontrarsi e parlare liberamente, la gente è diventata dipendente da internet, dalle app e dai siti di appuntamento”. Come per magia al-Sisi, che come dice Long “teme internet persino più dei suoi predecessori”, dalla fine del 2014 a oggi ha addestrato intere squadre di poliziotti per adescare giovani omosessuali online e, dopo settimane di falsi amoreggiamenti, fissare appuntamenti al buio, dove arrestarli e umiliarli.

Una prigione grande quanto un paese

“L’online entrapment è il primo tassello di uno schema preciso”, dice Abdel Hameed. “Il secondo è l’espulsione di gay stranieri grazie a un verdetto emendato dalla Corte amministrativa nel 2013, che consente di rimpatriare chi infrange la morale pubblica senza attendere il responso della corte; terzo, e ciliegina sulla torta, è la creazione di scandali a sfondo sessuale per suscitare il panico, come quello della bandiera arcobaleno”. Da marzo sono stati 17 i ragazzi stranieri espulsi. Due anni fa un giovane italiano è stato arrestato e tenuto 27 giorni in condizioni disumane, senza dormire e assistendo alle torture di altri prigionieri, prima di essere espulso. Mahmoud, un amico del ragazzo, è ancora scioccato dalla vicenda. “Sono stato malissimo,” racconta. “Ho cancellato tutte le app, i messaggi, le foto e spento il cellulare per mesi, perché ero sicuro che la polizia mi stesse pedinando. Non so come ho fatto a salvarmi”.

Dal 2013 l’EIPR ha riportato 300 casi di arresto per “dissolutezza abituale”, quasi il doppio dei 185 segnalati tra 2000 e 2013. Sebbene le organizzazioni, gli attivisti e i ragazzi stessi si scambino informazioni su come navigare online in maniera sicura e tenere il profilo basso con la polizia nascosta ovunque, non tutti riescono a vincere la tentazione di rifugiarsi nel web. Due amici di Mahmoud sono stati arrestati durante l’ultimo giro di vite e da un mese non si sa più nulla di loro. “Nel mio caso non sono effeminato e non ci sono prove concrete che conducano alla mia sessualità, per cui non ho paura di essere arrestato”, dice. “Ma la mia ossessione sono gli abusi fisici e verbali di quelli che vivono nel mio quartiere e mi conoscono”. In pochi mesi Mahmoud è già stato picchiato e derubato tre volte.

“UN’AGGRESSIVITÀ MAGGIORE DI QUELLA RISERVATA A DONNE, CRISTIANI, PERSINO AI FRATELLI MUSULMANI”

Anche Hazim, il giovane attivista LGBT e fan dei Mashrou’ Leila, racconta una storia simile. “Una sera dopo aver bevuto con degli amici ho preso il taxi; l’autista ha cominciato a farmi delle avances e io, come uno scemo, ci sono stato. In pochi minuti mi ha picchiato e derubato di tutto”. Qualcuno potrebbe rispondere che le molestie in Egitto non sono un fatto nuovo. “Ma l’aggressività con cui la società si scaglia contro gli omosessuali non è comparabile a quella che riserva alle donne, ai cristiani, persino ai Fratelli Musulmani, perché tutti indistintamente, anche i liberali, concordano che siamo uno scherzo della natura e meritiamo di essere eliminati”, dice Hazim. Per questo motivo l’EIPR, che presta consulenza legale ai giovani omosessuali, non può lanciare campagne di sensibilizzazione a sostegno dei suoi assistiti, perché rischierebbe di sottoporli ancora di più alla gogna pubblica.

Il circo dell’orrore parte dalle strade e arriva in Parlamento, dove è già stato approvato un disegno di legge per bandire i rapporti tra individui dello stesso sesso. L’odio cresce e si alimenta nei media, che, secondo un recente ordine governativo, non possono dare voce agli LGBT, a meno che gli stessi “malati omosessuali” non decidano di pentirsi e farsi curare. E proprio dai messaggi filtrati dalle TV e dai giornali la popolazione si convince che i gay siano la sola causa ai loro problemi.

Persino Ahmed, abituato alla routine della finzione casalinga, non ce la fa più a sentire la madre, che pur non sa nulla della sua sessualità, parlare in continuazione degli omosessuali come di “malati terminali” e “scempi della natura”. Così, anche se non si hanno dati certi su quanti omosessuali siano fuggiti dall’Egitto in questi anni, la maggior parte di coloro che sono rimasti ha come unica ragione di vita uscire da lì. “Ho solo 25 anni e merito di vivere”, dice Ahmed sfinito. “Purtroppo in questa immensa prigione che è il mio Paese, da omosessuale sono condannato a morire.”

Eleonora Vio

Eleonora Vio

It might sound naive, but my decision to pursue the ill-advised profession of freelance journalist stemmed from my insatiable curiosity and keenness for adventure. Perhaps it was linked to a Master degree in London, time spent in Iran, various internships around the world or the scholarship I was awarded by Qatar University. But if I hadn’t followed my natural inclinations since I was child, if I hadn’t decided to disregard the obvious and embrace the diverse, I would not have pushed it so far, I love writing and photography, but cannot live without piles of books and rock music pumped in my ears. I’ve lived in India, Qatar, Palestine and Egypt. With the launch of Nawart Press, I am as thrilled as I was before those first trips as a backpacker.

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