Oman, il sultanato in cerca di un futuro post-petrolio

Logistica, turismo, acciaierie. Il piccolo Stato del Golfo punta a liberarsi dalla dipendenza dal greggio. Sfruttando la sua posizione geografica strategica. E la fama di Paese tollerante. L’articolo su pagina99.

 

  • COSTANZA SPOCCI

da Mascate

Da Rentier State a primo Paese del Golfo a entrare nell’economia post-petrolio. Questa è la sfida per il sultanato dell’Oman: un Paese “povero” di idrocarburi, se comparato ai suoi vicini del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg), e che, stando ai dati della British Petroleum, è destinato a finire le sue riserve di greggio intorno al 2030. Proprio per questo il sultano Qaboos ha introdotto un piano di sviluppo economico della durata di 85 anni che prevede la riduzione dell’apporto del petrolio nell’economia omanita dal 32,7% al 9% del Pil.

Un futuro oltre il greggio: garanzie di stabilità agli investitori

Faisal Turki al Said, direttore generale di Ithraa, l’Autorità pubblica per la promozione degli investimenti e lo sviluppo delle esportazioni, spiega: «Stiamo puntando su tutte le nostre energie per attrarre investimenti non-petroliferi». Il Nation branding, ossia come il Paese viene percepito all’esterno, è un punto cardine di questa strategia: il ruolo di arbitro imparziale che l’Oman gioca nelle relazioni diplomatiche della regione, la sua posizione geostrategica e la fama sapientemente creata di Paese aperto e tollerante, sono proposte ai potenziali investitori come garanzie di stabilità e successo.

POSIZIONE GEOGRAFICA CENTRALE. «In questo senso anche il turismo è un asse portante del piano, ed entro il 2040 il governo omanita intende portarlo dal 2,8% del Pil al 6%», spiega Turki al Said. Lo slogan in stile Alpitour “Oman, un’esperienza diversa” diventa così strumentale al vero obiettivo di Ithraa e del governo, cioè portare il Paese nella top 10 degli snodi logistici mondiali, sfruttando una posizione geografica che vede l’Oman centrale nel commercio marittimo tra Asia e Africa, in una rotta che da Singapore arriva fino al Canale di Suez.

L’hub della logistica: scalate 11 posizioni nel ranking internazionale

Il piano è ambizioso, ma ha già dato i primi frutti. Nel 2016, secondo i dati della Banca mondiale, il sultanato ha scalato 11 posizioni nel ranking della logistica internazionale passando dal 59esimo al 48esimo posto. La crisi dei prezzi del petrolio ha inoltre indotto il governo a sganciarsi ulteriormente dalla dipendenza dagli idrocarburi e a decidere di investirne i proventi nel potenziamento di rotte commerciali dirette con i Paesi del Golfo, India e Africa orientale.

LA PUNTA DI DIAMANTE? I TRE PORTI. La punta di diamante di questa strategia logistica sono i tre principali porti di Salalah, Duqm e Sohar con le loro rispettive free zone. Se il porto di Salalah, a Sud-Ovest, è centro di trasbordo cargo verso l’Africa, quello di Duqm è lo snodo di una rete d’oleodotti nazionale che attraversa tutto il Paese e che mette in collegamento gli altri due porti.

FINANZIAMENTI DA PARTE DEI CINESI. La costruzione di Duqm a partire dal 2008 ha inoltre aumentato negli anni la capacità di raffinazione e stoccaggio di petrolio e gas liquido, marcando un’accelerazione nell’apertura economica del sultanato. Presto Duqm sarà anche il più grande centro aeroportuale internazionale del Paese (ma la data di completamento dello scalo non è ancora nota) che sarà affiancato da una Zona economica speciale e da una nuova zona industriale, entrambe finanziate da investitori cinesi.

Il primo scalo del Paese: l’ex villaggio di pescatori Sohar

La principale città portuale dell’Oman resta però Sohar, che da villaggio di pescatori è diventato oggi uno dei porti in più rapido sviluppo al mondo, grazie anche a una jont venture tra il governo omanita e il porto di Rotterdam, con investimenti da più di 30 miliardi di dollari negli ultimi 10 anni. «Da qui passano in media 2.500 navi l’anno, un numero che è aumentato del 60% da quando nel 2014 tutto il traffico commerciale del porto della capitale Mascate è stato reindirizzato verso Sohar», spiega l’executive manager di Sohar, Suwaid Al Shamaisi.

MONITORATO IL TRAFFICO MARITTIMO. Il porto è in una posizione strategica privilegiata, non solo perché è il crocevia tra il Mar Arabico e l’Oceano indiano, ma soprattutto per la sua vicinanza a Hormuz, lo stretto più importante per i traffici commerciali mondiali e un’arteria fondamentale per il trasporto del petrolio dal Medio Oriente. L’Oman monitora e controlla il traffico marittimo dello stretto insieme all’Iran, Paese che non ha mai ratificato il trattato internazionale di libera circolazione delle navi (Unclos) e che utilizza la mancata adesione come una potenziale minaccia, rendendo lo stretto un punto geopoliticamente sensibile.

Infrastrutture in crescita: e aumentano anche scuole, servizi, hotel

Sulla gigantografia della carta del Golfo, Wouter Berendregt, manager commerciale di Sohar, traccia con l’indice la soluzione in caso di chiusura dello stretto: «Sohar ha collegamenti terrestri diretti che ovvierebbero al blocco, due con gli Emirati Arabi Uniti e un terzo in costruzione con l’Arabia Saudita che ridurrà i tempi dei trasporti da sette a massimo due giorni».

IN ATTO UNA CONTINUA ESPANSIONE. Grazie anche alla rete infrastrutturale in crescita, Sohar è in continua espansione, prosegue Berendgret, così come la città stessa, dove aumentano i servizi, le scuole per i figli degli espatriati e gli hotel. L’aeroporto di Sohar, per esempio, ha voli cargo che trasportano 50 mila tonnellate di merci l’anno, a cui se ne aggiungeranno altre 260 mila dopo la prevista espansione dell’aeroporto di Mascate.

GAS IMPORTATO DIRETTAMENTE DALL’IRAN. In continuo allargamento è anche l’area industriale e portuale, che si estende su 6.500 ettari sviluppati seguendo una divisione in quattro cluster principali: logistico, minerario, chimico e alimentare. A costruire questa gigantesca infrastruttura non sono gli omaniti, ma una manodopera straniera costituita soprattutto da bengalesi che lavorano ininterrottamente sotto il sole battente. Dietro le loro spalle, gli impianti di raffineria di petrolio della compagnia omanita Orpic si susseguono per chilometri, per lasciare poi spazio a impianti di desalinizzazione dell’acqua e a capannoni che contengono 700 mila tonnellate di grano e 1,5 milioni di tonnellate di zucchero non raffinato. A queste, fra due anni, si aggiungeranno nuove costruzioni per l’impianto di un gasdotto sottomarino con cui l’Oman importerà gas direttamente dall’Iran.

Affari con l’acciaio: la brasiliana Valley Company investe

Quello delle acciaierie rimane al momento uno dei settori produttivi più imponenti, in cui operano quasi tutte industrie straniere: aziende come l’indiana Jindal Shadeed e la brasiliana Valley Company, l’industria d’acciaio più grande al mondo, hanno scelto l’Oman perché Mascate garantisce loro un -20% sulla spesa per l’elettricità rispetto a qualunque altro Paese degli Emirati. Un investimento notevole, se si pensa che la domanda di acciaio aumenterà di 2 miliardi di tonnellate entro il 2025 (+35%) in Medio Oriente, India e Sud-Est asiatico.

LE TASSE SONO RIDUCIBILI FINO AL 15%. «Puntiamo molto anche sulla free zone del porto per attrarre investimenti», spiega Suwaid Al Shamaisi: 0% di tasse sulle esportazioni in caso di accordi bilaterali, come accade già con gli Stati Uniti e Singapore, con cui il governo omanita ha firmato accordi di libero scambio; e no corporate tax per i primi 10 anni, dopodiché le tassazioni che salirebbero al 35%, potranno essere ridotte al 15% in caso di “omanizzazione” delle imprese, che significa che almeno il 15% del personale della compagnia dev’essere omanita.

RETE DI 2.444 CHILOMETRI DI ROTAIE. Il porto più profondo del Golfo e dell’Asia del Sud sarà inoltre collegato da una rete ferroviaria con Duqm e Salalah e con le aree a sfruttamento minerario e petrolifero in tutto il Paese. Si tratta di un progetto del Ccg: 2.444 chilometri di rotaie per collegare le principali città omanite con Dubai, Abu Dhabi, Qatar e Arabia Saudita per trasportare merci, container, gas liquido e passeggeri. Un grande balzo in avanti nel piano logistico per il 2040, che dà un’accelerata decisiva al piano di 85 anni del sultano Qaboos per un Oman non più dipendente dal petrolio.

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di pagina99, “Perché far votare i sedicenni”, in edicola, digitale e abbonamento dal 23 al 29 giugno 2017.

Costanza Spocci

Costanza Spocci

So many times I thought, “I should become a journalist,” but I started to pursue this career only in 2012 when I moved to Egypt. I graduated with a degree in Political Science from Bologna, then attended Sciences Po in Lyon, France, before earning a Masters in International and Diplomacy Science in Forlì, Italy. I had realised that writing and studying the history of a country wasn’t enough to understand its underlying dynamics. If I really wanted to understand the world, I had to go and see it with my own eyes. That’s what I did. In Morocco first, then Nepal and India. Kabul then struck me and, during months spent in Peshawar working for an NGO, I grew stronger and felt it a duty to describe in writing the complex realities I encountered, Eventually, I moved to Cairo and lived there for three years, working first for an Egyptian news outlet and later a freelance collective. I gained further experience in the Gaza Strip, the West Bank, Israel, Lebanon and Turkey. Now I set my sights on Press.

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