Dal 15 marzo su Crowdfunding!

Perché mai tre giornaliste con un progetto sui paesi attraversati dall’antica via della seta dovrebbero chiedere i loro finanziamenti tramite il crowdfunding? E perché mai dovrei spendere anche un solo centesimo per un progetto che in fin dei conti non mi riguarda!? Ma soprattutto …. Che diavolo è il crowdfunding??

Il crowdfunding nasce dall’idea che un progetto non deve per forza essere accettato dal mainstream per essere buono e non deve per forza sottostare agli andamenti del mercato per essere realizzato. In pratica, ci si è chiesti: ma dove trovi le risorse per realizzare un nuovo progetto quando di soldi ne girano pochi? Alla fine si cercano là dove si sono sempre cercati, si chiede a chi crede nella validità del progetto e a chi ne condivide l’idea. Nawart Press nasce da un’idea simile. Quella di fare giornalismo indipendente, di non sottostare per forza ai ritmi serrati della breaking news e di contrastare la propaganda di pericolosi stereotipi. Nawart stesso è un gruppo composto da giornaliste che pur di non rassegnarsi a lamentarsi della loro precaria situazione di freelance, hanno deciso di inventarsi una soluzione tutte insieme.

E perché la Via della Seta? La Via della Seta rappresenta per noi quel simbolo di interscambio culturale che nei secoli ha plasmato la nostra identità. Se Marco Polo non fosse andato e tornato dalla Cina, li mangeremmo gli spaghetti in Italia? Senza i viaggi degli antichi persiani in India, avremmo avuto la stessa religione?

Ma quindi perché fare ora un percorso del genere? Cosa c’entra con il mondo presente, quello in cui viviamo giorno per giorno a passo di Facebook, Twitter e aperitivi? Cosa cambierebbe saperne di più sui curdi, sui kosovari, sugli iraniani o sugli uzbeki? Se questa Rotta è sempre stata varcata per secoli, portando con sé tutto quel bagaglio culturale, commerciale e politico, oggi i confini sembrano essere diventati una barriera fisica, un vero e proprio muro che deve separare a compartimenti stagni le realtà di due paesi confinanti. Quando sentiamo parlare dei flussi migratori, di gente che supera le “acque territoriali” o il confine dell’est Europa sembra che questi confini siano come le Colonne di Ercole, oltre le quali, senza la giusta nazionalità, si incontra morte sicura.

Quello che proponiamo con il progetto The Railway Diaries, e più in generale attraverso Nawart è di dar un volto e una voce a chi non ce l’ha per far si che lo scambio culturale possa arricchire anziché dividere. E in un momento di accelerazione storica come quello attuale, in cui i confini si ridefiniscono e la guerra dilaga sotto bandiere ideologiche di ogni campana, è una questione che riguarda tutti noi.

Giulia Bertoluzzi

Giulia Bertoluzzi

I came across this profession by accident. Or perhaps it was natural, given my insatiable appetite for travelling and exploring. I’d never tried to imagine myself six months ahead, but now, looking backwards, I see that everything I did was meant to be. After taking a degree in Humanities at the University of Bologna and a Master in European Studies at the University of Brussels, I worked for several institutions. Despite my engagement in Northern Europe, the call to the Middle East returned. After completing a final dissertation on the role of the media in the Egyptian and Tunisian Revolutions, I finally left for the Middle East. First in Lebanon then in Egypt, the complex reality I was reporting changed me deeply. For two and a half years I worked as part of a team of freelance journalists, reporting from Egypt, Lebanon, Israel, the West Bank and Turkey. With Nawart I wanted to not only give myself another challenge but also propose a model of responsible journalism.

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